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Il gruppo G11

I protagonisti della previdenza complementare

a)  I FONDI DI PREVIDENZA COMPLEMENTARE

I fondi di previdenza complementare si suddividono in cinque tipologie:

 

1.     i fondi pensione negoziali (o chiusi);

2.     i fondi aperti;

3.     i piani individuali pensionistici;

4.     i fondi pensione preesistenti;

5.     il Fondinps.

Analizziamo di seguito le caratteristiche di ognuno di essi.

 

1.   I fondi pensione negoziali (o chiusi):

 sono così chiamati perché sono frutto di un accordo (c.d. negozio) collettivo tra le rappresentanze sindacali dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro. L’adesione a tali fondi non è aperta a tutti, bensì è riservata solamente ai soggetti appartenenti a una determinata categoria individuata in tali accordi, da qui il nomignolo di fondi “chiusi”.

Ad oggi vi sono una moltitudine di fondi chiusi già “preconfezionati” che abbracciano la quasi totalità delle categorie di lavoratori esistenti. Per esempio, il fondo di previdenza complementare per la categoria dei metalmeccanici è il fondo “Cometa”, al quale possono aderire solo i lavoratori dipendenti delle aziende che applicano il CCNL per l’industria metalmeccanica/installazione di impianti e quelli dipendenti del settore orafo-argentiero; per il settore terziario/turismo e affini abbiamo il fondo “Fon.Te”; per i chimici e farmaceutici il fondo “Fonchim”; ecc.

Ciò non toglie che qualsiasi accordo collettivo, anche aziendale, ne può istituire di nuovi in aggiunta o addirittura in sostituzione dei fondi di categoria esistenti.

L’attività di tale tipologia di fondi consiste nel raccogliere il denaro dagli iscritti, individuare le politiche di investimento, affidare la gestione delle risorse raccolte a soggetti esterni abilitati[1] (es: banche, assicurazioni, ecc.) ed erogare a tempo debito le prestazioni.

2.   I fondi aperti:

sono quelli istituiti direttamente dalle banche, dalle agenzie di assicurazioni, dalle società di intermediazione mobiliare (Sim) o dalle società di gestione del risparmio (Sgr), che si occupano direttamente della gestione delle risorse raccolte. L’adesione a tali fondi è aperta a qualsiasi persona, che vi può aderire individualmente o anche in forma collettiva a seguito di accordi contrattuali.

Detto diversamente, ai fondi aperti possono aderire in forma individuale o collettiva anche i dipendenti di un’azienda appartenente a una categoria per la quale già esiste un fondo chiuso. Per esempio, un dipendente di un’azienda metalmeccanica può liberamente aderire a un fondo aperto di una banca.

La stessa cosa può avvenire in forma collettiva per un gruppo di dipendenti di un’azienda metelmeccanica che sottoscrivono un accordo individuale plurimo[2]  con il proprio datore di lavoro. È il caso, ad esempio, dell’azienda convenzionata con una banca che garantisce un trattamento migliorativo (contributo a carico del datore di lavoro) a tutti i propri dipendenti che aderiscono alla previdenza integrativa mediante tale convenzione; in questo caso l’interesse datoriale può risiedere nell’impedire la dispersione delle adesioni dei propri dipendenti verso un dedalo di fondi pensione diversi, con l’ovvio vantaggio di snellire le laboriose pratiche amministrative che ne scaturirebbero: pensiamo ad esempio a un’azienda con 50 dipendenti ognuno dei quali con un fondo di previdenza diverso al quale provvedere al versamento della contribuzione, magari anche con scadenze diversificate.

3.   I piani individuali pensionistici:

oltre ai fondi aperti, una forma alternativa di adesione individuale alla previdenza complementare viene offerta dai Piani individuali pensionistici (Pip) e dalle Forme individuali pensionistiche (Fip). Essi sono contratti di assicurazione sulla vita con finalità previdenziale, a tutti gli effetti assimilati ai fondi pensione integrativi.

4.   I fondi pensione preesistenti:

sono denominati tali i fondi di gestione della previdenza complementare già esistenti alla data del 15/11/1992. Essi sono stati costituiti in base ad accordi aziendali o interaziendali e prevedono l’adesione solo su base collettiva riservata esclusivamente ai lavoratori designati dagli accordi stessi.

Questi fondi hanno la possibilità di gestire direttamente le risorse raccolte e hanno goduto di una fiscalità agevolata fino all’anno 2005. Oggi, però, hanno l’obbligo di adeguarsi alla normativa degli altri fondi di previdenza complementare.

5.   Il Fondinps:

è il fondo di previdenza integrativa “di rifugio” istituito e gestito dall’Inps, che accoglie le quote del tfr dei lavoratori dipendenti che non esprimono alcuna scelta alternativa (i cosiddetti lavoratori “silenti”) nel caso in cui non esista un fondo di categoria.

Per esempio, quindi, se un lavoratore della categoria dei metalmeccanici non scegliesse la destinazione del suo tfr, essendo la categoria coperta dal fondo Cometa, il tfr sarebbe convogliato al Cometa; al contrario, per le categorie non coperte da alcun fondo il tfr confluirebbe al Fondinps.

Non è possibile aderire al Fondinps mediante scelta esplicita.

b)  I BENEFICIARI DELLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE

Possono aderire alla previdenza complementare in modo individuale o collettivo (fondi chiusi, fondi aperti, PIP) le seguenti tipologie di lavoratori:

 

·        i lavoratori dipendenti sia privati che pubblici;

·        i lavoratori autonomi;

·        i soci lavoratori di cooperative che prestino la loro opera in forza di un contratto di lavoro dipendente o autonomo;

·        soggetti che svolgono lavori di cura non retribuiti derivanti da responsabilità familiari.

Focalizzeremo la nostra attenzione in particolare sui lavoratori dipendenti privati, ai quali viene concessa la facoltà di conferire il Trattamento di fine rapporto (tfr) alla previdenza complementare, cosa fino a oggi negata ai dipendenti del settore pubblico.

Anche i soggetti diversi da quelli sopra elencati hanno la possibilità di accedere alla previdenza complementare, ma limitatamente a quella di carattere individuale, come i fondi aperti e i Pip.

 

ATTENZIONE: l’opzione per la previdenza complementare è irrevocabile: il lavoratore che la esercita, anche mediante il silenzio assenso, non può più cambiare idea per tutta la sua vita lavorativa, anche relativamente a successivi rapporti di lavoro. Solo il riscatto totale della posizione previdenziale integrativa (possibile a determinate condizioni descritte nell’apposito capitolo) determina la possibilità di esprimere ex novo la propria opzione sia per la previdenza complementare, sia per il mantenimento del tfr in azienda.

c)  IL DATORE DI LAVORO

 

Non vi è dubbio che tutta la materia in questione porta in dote una notevole quantità di aspetti burocratici e di responsabilità che gravano in capo al datore di lavoro e vedono il loro punto critico proprio nella fase di assunzione del lavoratore dipendente.

 

Individuati così i tre protagonisti della tematica, è giunto il momento di calarsi nell’argomento, descrivendo dapprima l’iter procedurale che le parti devono seguire in fase di instaurazione del rapporto di lavoro subordinato al fine di perfezionare la possibile scelta del dipendente.

Infatti, il nuovo datore di lavoro deve gestire il rapporto previdenziale integrativo del dipendente in conformità ai dettami della legge, che non è per sé difficile, ma prevede una casistica notevolmente articolata, legata soprattutto a fattori che esulano dal controllo del datore di lavoro.

Per questo motivo è bene agire con prudenza e con una procedura standard predeterminata, come quella proposta di seguito. 



[1] Ai fondi chiusi è preclusa la facoltà di gestire direttamente il denaro raccolto.

[2] A differenza del contratto collettivo aziendale, che richiede il patrocinio delle parti sindacali, l’accordo individuale plurimo è stipulato tra datore di lavoro e una pluralità di dipendenti senza l’intervento dei sindacati, ed è valido solo nei confronti dei sottoscrittori.

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